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Oggi faccio Borgo, vi spiaccico le parole; Ztl attivo, non faccio entrare, vi sparo raggi contro, al lattulosio.
Vi scavo tra le ossa e l’olio con patate arrosto, punto trecento di fiches, vedo:
l’anima vostra cuoce all’incirca a cemento armato; disarmante.
Ma poi leggo il viso di quel bambino, penso Poverino, e a tutte quello storie nette di genitori stanchi, che lorde gli ricadranno addosso, come massi sporchi sui teneri fogli, color innocuo bianco.
Mi guarda e m’agguanta le viscere, non per sfida, ma per tranquillizzarmi:
Signore, io rido, e continuerò a farlo!
Scoreggia in faccia alla nonna che dorme, dice; apri i cancelli multidimensionali e fai il solletico agli alieni gluteo formi. Figa a nastro! urla non sapendo, per proporre al pensiero un sorriso estroverso.
La sua paura è diventare come me, e dai, pure come te, e te; puzziamo di già visto.
Tutto ciò che è serio non ha radici in noi; è solo la radice inquadrata di una somma di fallimenti.
Mi coito fuori dall’asfissia letteraria.